Quattro anni di guerra: quanto è costato al made in Italy tra export, energia e credito

25 febbraio 2026

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Quattro anni di guerra: quanto è costato al made in Italy tra export, energia e credito

Sono passati quattro anni dal 24 febbraio 2022, il giorno in cui l’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato in profondità gli equilibri geopolitici ed economici europei. Al di là del drammatico bilancio umano – che resta il prezzo più alto e inaccettabile di ogni conflitto – la guerra ha lasciato un’eredità pesante anche per il sistema produttivo italiano: meno crescita, meno export, energia più cara e credito più oneroso.

È quanto emerge dalle analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese, che ha messo a confronto le previsioni economiche antecedenti al conflitto con i dati più recenti disponibili.

Partiamo dalla crescita

Prima dello scoppio della guerra, le stime indicavano per l’Unione europea un ritmo medio annuo del +2,4%. Oggi quella previsione si è ridimensionata all’1,6%. Significa perdere 0,8 punti percentuali di PIL ogni anno. Per l’Italia la correzione è più contenuta ma significativa: dal +1,8% previsto si scende al +1,5%.

Eppure, dentro questo scenario complesso, il nostro Paese ha mostrato una capacità di tenuta superiore rispetto ad altre grandi economie europee. Tra il 2021 e il 2026 l’Italia cumula una crescita del 7,8%, facendo meglio della Francia e soprattutto della Germania, che ha pagato più duramente l’impatto della crisi energetica e della recessione industriale.

Il capitolo più evidente riguarda l’export

 La guerra e le sanzioni contro la Russia hanno colpito direttamente due mercati importanti per il made in Italy. Tra il 2021 e il 2025 si stimano oltre 22 miliardi di euro di mancate esportazioni verso Russia e Ucraina rispetto a uno scenario di stabilità. Ma il contraccolpo maggiore arriva dalla Germania: la crisi dell’industria tedesca ha generato una perdita di oltre 35 miliardi di euro di export italiano. Nel complesso, quasi 58 miliardi di euro di vendite mancate in quattro anni.

Nel frattempo, però, le imprese italiane hanno reagito spostando l’attenzione verso nuovi mercati. Cresce il peso degli Stati Uniti, della Spagna e di alcuni Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, mentre arretra quello di Germania, Russia e Cina. È una nuova geografia dell’export che racconta di adattamento e ricerca di sbocchi alternativi.

La produzione manifatturiera ha risentito della crisi energetica

Italia e Germania, le due principali economie industriali d’Europa, hanno registrato tra il 2021 e il 2025 un calo medio del 6,3%. L’interruzione delle forniture di gas russo ha innescato nel 2022 un’impennata dei prezzi che ha interrotto la ripresa post-pandemica.

Sul fronte dell’energia, nonostante il rientro delle quotazioni internazionali, nel 2025 i prezzi al consumo di elettricità e gas in Italia risultano ancora del 45,6% superiori alla media del 2021. Una dinamica che pesa soprattutto sulle micro e piccole imprese, le più esposte agli aumenti dei costi. Nel frattempo, la mappa degli approvvigionamenti è cambiata: meno Russia e più Stati Uniti, Algeria, Norvegia, con un forte incremento delle importazioni di gas naturale liquefatto.

La stretta monetaria della BCE

 Il costo del credito per le imprese resta di oltre due punti percentuali superiore rispetto a febbraio 2022. Il risultato è una contrazione dei prestiti alle micro e piccole imprese che, negli ultimi quattro anni, sfiora il 24%. Meno credito significa meno investimenti, meno innovazione, meno crescita.

Il bilancio economico di questi quattro anni, dunque, non è solo una sequenza di numeri. È fatto di margini ridotti, di mercati da riconquistare, di costi da assorbire. Ma è anche la prova di una resilienza che caratterizza il sistema produttivo italiano.

Ora la sfida è trasformare questa capacità di adattamento in nuova competitività: energia più efficiente, mercati più diversificati, accesso al credito sostenibile. Perché il conto della guerra, come evidenzia l’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese, è già stato pagato a caro prezzo, e il made in Italy ha bisogno di tornare a crescere con stabilità e fiducia.

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